Arte Povera – Intervista a Paolo Mussat Sartor

09/11/2017

Arte Povera – Intervista a Paolo Mussat Sartor

Sono trascorsi cinquant'anni da quell'esperienza magmatica che fu l'Arte Povera: mezzo secolo in cui le pratiche espresse dagli artisti attivi per lo più a Torino, ma non solo, rappresentarono l'avanguardia e la rivoluzione nell'Italia della fine degli anni Sessanta.
Più che di un movimento, l'Arte Povera fu l'incontro di differenti voci e pratiche in un linguaggio e un percorso comuni.

A Torino, intorno alla Galleria di Gian Enzo Sperone di corso San Maurizio, si incontrarono e arrivarono alla maturità le ricerche di Michelangelo Pistoletto, Mario Merz, Giulio Paolini, Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Gilberto Zorio, Giuseppe Penone, Luciano Fabro, Pier Paolo Calzolari, Emilio Prini, Gianni Piacentino, a cui si aggiunse, da Roma, il greco Jannis Kounellis.

Intorno ad essi il critico Germano Celant che fu autore di quel trait d'union tra le loro ricerche, già dalle prime mostre Arte Povera - Im Spazio alla galleria genovese La Bertesca e Arte Povera + Azioni Povere ad Amalfi.
È la penna di Celant a scrivere quello che viene considerato il manifesto del gruppo, Arte Povera. Appunti per una guerriglia.
Dal testo, pubblicato sulle pagine di Flash Art, emersero i concetti chiave del lavoro degli artisti: l'arte è Povera perché è l'opposto della creazione che richiede il sistema, perché è legame diretto tra azione e uomo raggiunge così l'unità tra arte e vita.

Dagli spazi aperti al Deposito di arte presente, da Torino e la grande mostra del 1970 alle presenze internazionali, tra cui l'imprescindibile When Attitudes become Form di Harald Szeemann, l'Arte Povera fu espressione di sperimentazione.
I materiali, lo spazio, il rapporto con il passato e con il presente furono totalmente messi in discussione: neon, fascine, elementi naturali, oggetti recuperati, spazi aperti urbani e non entrarono nelle opere degli artisti e assunsero nuovi significati alla luce delle contemporanee istanze sociali e culturali che investirono l'Italia e l'Occidente alla fine degli anni Sessanta.

Dopo la metà di un secolo, quella rivoluzione ha mutato profondamente i destini dell'arte italiana e internazionale. É divenuta radice del presente e uno dei primi passi verso la postmodernità.

Ce ne parla Paolo Mussat Sartor, che proprio nella galleria Sperone avviò la serie di scatti con cui ritrasse e documentò il lavoro degli esponenti dell'Arte Povera.


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