Biblioteche. Design. Città.

28/10/2017

Biblioteche. Design. Città.

«Il rischio è che i libri diventino tappezzeria e che esista soltanto animazione culturale».
Parole di Rolf Hapel, Director Citizen's Services and Libraries della biblioteca Dokk1 della città di Aarhus, in Danimarca.
Seconda soltanto a Copenhagen per numero di abitanti, Aarhus è stata scelta come “capitale europea della cultura 2017” assieme a Pafo (Cipro).
Vanto della città è la biblioteca, inaugurata nel 2015, progetto di punta della riqualificazione del porto industriale della città.

A Torino, in occasione della rassegna Torino Design of the City, svoltasi nel mese di ottobre, ha avuto luogo un incontro dal titolo Thinking the Library for the City.
Come può una biblioteca partecipare ai processi di trasformazione sociale e culturale di una città? Come può il design e la progettazione migliorare il ruolo di una biblioteca cittadina?
Come può un luogo che custodisce libri stare al passo coi tempi, con la rivoluzione digitale e tecnologica?
A queste domande hanno tentato di rispondere Rolf Hapel e David Potts, quest'ultimo delegato della Biblioteca di Birmingham, ultimata nel 2013 e fulgido esempio di architettura al servizio della comunità e della cultura.

Progettata dallo studio Schmidt Hammer Larsen, la biblioteca di Aarhus è un edificio che può vantare una superficie di 18500 mq, un parcheggio che può ospitare fino a 1000 veicoli ed un sistema di protezione contro l'innalzamento delle acque.
Il progetto, iniziato nel lontano 1998, ha dovuto più volte essere rivisto a causa dei molti cambiamenti che sono avvenuti nel corso degli anni, a partire dalla rivoluzione digitale. «Dal prestito di libri alla creazione di relazioni» dice Hapel, svelando i segreti che stanno alla base del progetto, «abbiamo creato un luogo d'incontro ad alta intensità».
La biblioteca quindi non deve più essere un luogo statico, ma un vero e proprio centro d'incontro, una risorsa per la cittadinanza.
Ad Aarhus i cittadini e i visitatori trovano in biblioteca servizi amministrativi, workshop (dai droni alla lavorazione della lana), incubatori e attività di vario tipo per ogni fascia d'età. Inoltre, la biblioteca è il centro di raccolta dei “big data” riguardanti l'area cittadina; dati che poi vengono messi a disposizione dei visitatori tramite piattaforme online consultabili in loco.

Ma come si è potuti arrivare a progettare una struttura così strettamente connessa con il pubblico?
«Semplice» sostiene Hapel, «l'utente è diventato un creatore, un progettatore.
Abbiamo chiesto al pubblico di esporre le proprie necessità e i propri desideri.
Abbiamo creato un vero e proprio universo attorno agli utilizzatori, costruendo una biblioteca diversa a partire dai bisogni di tutti i futuri utenti, non soltanto gli studenti, che sono i nostri lead-user».

Il coinvolgimento del pubblico nella realizzazione del progetto è stato fondamentale anche per la Biblioteca di Birmingham.
Si tratta di un edificio che è stato visitato da oltre sette milioni di persone negli ultimi quattro anni, divenendo a tutti gli effetti il simbolo di una città che lavora duro per eliminare la brutta nomea che la circonda da quando, oltre un secolo fa, è stata la culla della rivoluzione industriale inglese.
David Potts sostiene che la biblioteca, che rappresenta ad oggi la più grande struttura pubblica d'Europa, rappresenta perfettamente la nuova Birmingham: estesa (centro dell'area metropolitana delle West Midlands), multiculturale e giovane.

«Le persone non vengono soltanto per l'edificio, ma soprattutto perché la biblioteca rappresenta il centro della città ed è collegata a tutto il territorio».
E gli incontri preliminari durante la progettazione sono stati importanti, perché hanno arricchito il progetto in modo impensabile.
Oltre a tutta una serie di servizi legati al ruolo culturale della biblioteca e al cittadino, gli utenti hanno espresso il desiderio di essere accolti e aiutati da personale svincolato dalle scrivanie e dotato di un preciso dress-code, di avere in questo luogo uno spazio raccolto e silenzioso in cui poter pregare e di poter scegliere fra una vasta gamma di attività educative e formative.
«Non solo libri, dunque, ma numerosi spazi da poter a tutti gli effetti vivere e utilizzare».


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