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#TFF34 - Recensioni in figure retoriche

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Intimità e figure retoriche per questa prima parte di recensioni in pillole della 34esima edizione del Torino Film Festival.

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ANTIPORNO 

Sion Sono

2016, Giappone

In una stanza coloratissima, che è la sua casa e il suo atelier, una giovane artista e scrittrice mette in scena il suo sogno di diventare un'attrice porno, seguendo un preciso ma misterioso copione. 

“Antiporno" si dichiara subito: vuole essere un film che va contro il suo genere, mettendo al centro una protagonista con manie di protagonismo che danza seminuda nel suo regno, vomitando monologhi e buoni propositi per il compleanno. Attorno a lei la sorella morta suona il piano sorridente avvolta da una luce celestiale, l’assistente Noriko si lascia umiliare sessualmente e tutto sembra sottostare ai suoi folli vezzi. Ma quando si scopre che la stanza è solo un set e il regista urla “taglia!”, tutto si ribalta.

Lirico e bipolare, impudente e perverso, il nuovo film di Sion Sono dipinge a tinte forti un dramma personale, o collettivo, che deve essere messo in scena in un modo o nell’altro. Metacinema isterico che usa il sesso come esca per rappresentare un oggetto affascinante e repellente: il potere, in tutte le sue forme.

Pathos e parodia alimentano un vortice sovraccarico di visioni martellanti scagliate in tutte le direzioni. Una coazione a ripetere che consuma sé stessa, trascinando lo spettatore in un incubo sgargiante. 

Ossimoro

…O viva morte, o dilettoso male.

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VETAR

Tamara Drakulic

2016, Serbia

In vacanza col padre in una bellissima spiaggia del Montenegro, una ragazzina lotta con la noia ostentata della sua età, con l'attrazione per il surfista di turno, con la gelosia per la fidanzata di lui.

“Vetar" è una lenta immersione in un limbo paradisiaco costellato di cinismo, in un’adolescenza insabbiata tra la l’indolenza e lo spionaggio critico. La protagonista Mina non vuole fare il bagno così come non vuole farsi coinvolgere dagli insulsi discorsi da spiaggia, e preferisce una casta e borghese distanza da tutto quello che la circonda. Suo malgrado, però, la realtà esiste e a forza di osservarla, un po’ come accade nella fisica quantistica, si finisce col cascarci dentro. 

Con un ritmo dondolante da amaca, il film di Tamara Drakulic procede pacato e sonnecchiante attraverso inquadrature fisse che sembrano cartoline mai spedite, istantanee malinconiche del dolce far niente. Mute di giorno, stridenti e capricciose di notte. 

“Vetar" è un atipico teen movie da spiaggia, desaturato e lieve, in bilico tra l’ideale impermeabilità dell’adolescenza e la sua naturale promiscuità. È la narrazione classica di un’avventura estiva intorpidita dal mistero velato dell’indifferenza, dove l’amore sboccia e inaridisce seguendo il ritmo costante delle onde appena toccate dal vento.

Sinestesia

Quando mi chiese: "conosci l'estate?"

io per un giorno per un momento, corsi a vedere il colore del vento.

 

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PORTO

Gabe Klinger

2016, Portogallo

Un ragazzo americano e una ragazza francese s'incrociano e si amano a Porto, per una notte che durerà nella loro memoria e segnerà la loro vita.

Le storie più romantiche non contemplano un lieto fine. Rivivono all’infinito nei dettagli e si nutrono di interpretazioni. 

“Porto” è una coreografia notturna fatta di pochi passi, ma tutti decisivi (o presunti tali) nel rimettere insieme i pezzi di un incontro rimasto tra parentesi. 

Gabe Klinger ha orchestrato una delicata sinfonia simmetrica per questo amore polverizzato, scegliendo diversi formati di pellicola che, come la cenere, scalda ancora quando il fuoco ormai è spento. 

È una favola minimalista, raccontata con uno stile laconico e ammaliante, stratificata e racchiusa nell’intimità di pochi spazi, stretta sui due amanti che si perdono nel tempo dilatato del ricordo. 

Sullo sfondo la città, silenziosa e complice. E le note avvolgenti di un piano che punteggia la nostalgia suggerendo la possibilità di.

Un piccolo gioiello notturno.

Iperbole

Tu dammi mille baci, e quindi cento,

poi dammene altri mille, e quindi cento.

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OMOR SHAKHSIYA

PERSONAL AFFAIRS

Maha Haj

2016, Israele

Una coppia di pensionati si trascina in una quotidianità fatta di noia e di consuetudini mentre i loro figli, due a Ramallah e uno in Svezia, sembrano vivere ognuno perso dietro le proprie piccole cose. 

Non c’è scampo, o forse sì. Dipende dai punti di vista.

L’opera prima di Maha Haj brilla di lucidità, intelligenza e ironia nel tratteggiare la storia di una famiglia e delle vite delle coppie che la compongono. 

Nabila cuce di continuo e tiene la bocca cucita, Saleh è sempre al computer e beve troppo caffè, Hicham fuma di notte da solo sul suo balcone in Svezia, Samar è incinta e dà ordini, George la ascolta mentre sogna altro, Tarek non sa cosa vuole, Maysa è troppo perfetta per lui, la nonna ha il diabete ma non se lo ricorda. 

Otto personaggi divisi, in cerca di qualcosa tra Nazareth e Ramallah. Vivono entro i confini che hanno scelto e in quelli che si sono trovati davanti. Indispettiti provano a scavalcarli ma senza una precisa strategia. Si arrendono e ricominciano, come se non fosse mai successo nulla.

Personal Affairs è lontano dalla rappresentazione stereotipata del cinema di trincea. È più interessato alla dimensione personale, a giocare sulle costrizioni e sulle possibilità che offrono, per disegnare un mosaico irriverente dove il divorzio è il segreto di un matrimonio ideale, la polizia segue ogni passo di tango e il cinema è una scusa perfetta per fuggire a vedere il mare

I limiti sono davvero invalicabili? Forse no. 

Endiadi

…Amaro e noia

la vita, altro mai nulla… 

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LAO SHI

OLD STONE

Johnny Ma

2016, Cina, Canada

Lao Shi, tassista cinese di mezza età, si trova coinvolto in un incidente automobilistico nel quale un uomo rimane gravemente ferito. Pur di aiutarlo lo segue all’ospedale e paga le spese mediche. La situazione, però, prende una piega drammatica.

“L’uomo contemporaneo è ormai abituato a comportarsi in modo inumano”.

In mezzo al caos della città, il buon samaritano è solo e di intralcio. Procede per la sua strada con fatica e stanchezza, senza dare ascolto al buonsenso dell’egoismo. E lo fa con la stessa perseveranza che avrebbe il protagonista di un film di vendetta.

“Old Stone” sembra la versione cinese, rivista e corretta, di “Ladri di biciclette”, dove i meschini vincono e gli ingenui soccombono in silenzio, colpevoli di essere rimasti fedeli a se stessi. 

Un film ostinato e implacabile che affronta con un ritmo concitato una situazione immobile, dove le immagini sgranate ritraggono una brutta umanità, mentre la natura aspetta altrove che l’uomo si arrenda.

Similitudine

Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi.