Verso la fine dell’antropocentrismo
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La crisi di molte delle premesse su cui si fondava il pensiero moderno del Novecento lascia presagire il tramonto del paradigma umanistico e sembra preparare il terreno per un differente quadro di pensiero. Le definizioni di quest’epoca transitoria sono in ogni caso premature, anche se Roberto Marchesini ha genericamente indicato il periodo come “postumanismo” o “transumanismo”, nel senso di chiusura e prosecuzione, in termini evolutivi, dell’umanismo stesso. Negli anni ’90, infatti, il Post human, al di là dell’evidente provocazione artistica seguita all’esposizione di Jeffrey Deitch, sembra sancire la fine della centralità dell’uomo come punto fermo su cui fondare le proprie coordinate culturali. Con postumanismo non si intende però il superamento dell’uomo come entità naturale, bensì la messa in discussione del modo di interpretare l’essere umano da una prospettiva antropocentrica attraverso l’evidenziazione delle sue relazioni con la teriosfera e la tecnosfera, le alterità animale e tecnologica.
Siamo dunque nel superamento dell’antropocene, in una visione che da egocentrica diventa ecocentrica, dove cioè l’essere umano sta acquisendo consapevolezza dei rischi della propria influenza sui cambiamenti climatici e più in generale sull’ambiente. È quanto sostiene anche Wu Ming 1 nel saggio New Italian Epic, dove la natura diventa soggetto non marginale e l’uomo è obbligato a ragionare su quanto stia succedendo in termini di distruzione e disfacimento. E in quest'ottica la natura ci sta dimostrando come l’uomo non sia necessario, anzi gli esseri umani siano sacrificabili: basti pensare in arte alle dichiarazioni di Alan Sonfist, oppure alle affermazioni dello scienziato James Lovelock, secondo cui, a proposito delle grandi tragedie ambientali e del global warming, “la natura ce la farà in ogni caso a sopravvivere poiché l’uomo sta distruggendo la sua specie e la terra su cui vive”. È dunque inutile solo discutere sulla riduzione dei consumi, sull'inversione delle tendenze o sul controllo dell'inquinamento: sono parole effimere. Il binomio uomo-natura deve affrancarsi definitivamente dalla conflittualità che lo ha distinto in passato, spostandosi da una visione antropocentrica dell’universo a una visione orizzontale del mondo, un insieme organizzato in processi co-evolutivi che accomunano tutti gli esseri viventi tra loro con l’ambiente geofisico.
I mutamenti che si sono andati susseguendo negli ultimi cinquant’anni del Novecento riguardano molti ambiti della dimensione umana, a partire dal riconoscimento delle intelligenze animali fino all’affermazione della tecnologia. Soprattutto attraverso le biotecnologie, le scoperte genetiche e le neuroscienze, la macchina - espressione della modernità - non è più intesa come entità esterna sotto il controllo dell’uomo, ma come soggetto integrativo delle alterità non umane. Questo cambiamento di percezione non considera l’uomo debole rispetto al resto del mondo, semplicemente segna la necessaria apertura all’altro, risultato cioè della capacità di dialogare con il non umano, sia esso animale o macchinico, in termini relazionali e quindi referenziali. È avvenuto in letteratura e nel cinema con forti richiami a entità non umane e fantastiche (animali, intelligenze artificiali, extraterrestri), e anche nell’arte con il passaggio dai nuovi media a quella che oggi è definita bio-arte o arte del vivente.
Nella definizione di alterità non umana è rimesso in discussione il concetto stesso di identità, individuale e culturale. Mentre la prima, oltre all’altro da sé, separato ed estraneo, è ciò a cui non si estendono valori di similitudine, l’identità può essere invece intesa come somma delle informazioni utili a mantenere una configurazione stabile di se stessi nel tempo. Per capirne il senso può essere utile pensare al sé multiplo e relazionale, la cui miglior spiegazione proviene dai racconti e dai discorsi del Buddha sull’armonia con il sistema cosmico (Aika lama), dove non esiste un sé soggettivo perché l’uomo è il prodotto dell’interazione costante con ciò che è fuori da sé, con l’ambiente e i soggetti che lo circondano. E anche nel Novecento, lo Strutturalismo ci insegna che noi non comunichiamo, ma “siamo comunicati”. Ma se per identità si intendono le caratteristiche immutabili nel tempo (seppure nel processo biologico della vita di un uomo siano stimati circa un migliaio di cambiamenti del DNA), ad un’attenta analisi l’identità diventa il limite dove riconosciamo la fine di noi e l’inizio dell’altro. È allora una soglia, vale a dire un punto di interfaccia tra noi e il mondo. È un confine che, in un processo dialettico e integrativo, ospita e diventa ospite attraverso l’ibridazione, dando origine a una ricostruzione poietica di noi stessi. Il virtuale, allora, considerato peculiarità della nostra epoca (si pensi a second life e la creazione di nuove identità avatar) non è inteso in opposizione al reale, ma - nell’accezione più vicina al suo etimo - indica una posizione potenziale e non in atto: è quindi il superamento del limite identitario nel possibile sviluppo delle sue potenzialità attraverso l’interazione con l’altro.
La fine dell’antropocentrismo è segnata dunque dall’estensione dei propri confini - in termini di diritto alla vita ancor prima dei suoi diritti identitari - all’alterità naturale (mondo vegetale) e alle entità tecnologiche (computer). Se è previsto nel futuro un forte potenziamento delle singolarità matematiche e tecnologiche, che porterà ipoteticamente nel 2040 alla nascita dell’intelligenza artificiale, ci sarà sì la fine dell’antropocentrismo, ma non di tutti gli errori e delle incertezze. Sempre Roberto Marchesini, infatti, afferma che nel dispiegamento dell’intelligenza artificiale l’uomo potrà vedere un ennesimo strumento per assurgere a una posizione di sempre maggior potere; il superuomo post-biologico.
Anche nell’attuale dibattito filosofico, l’estensione dei diritti umani è intesa come un’urgenza della contemporaneità. L’australiano Peter Singer, filosofo etico tra i pensatori contemporanei più conosciuti e di riferimento politico (si pensi alle dichiarazioni di Zapatero in Spagna), è stato il primo a voler estendere i diritti umani anche alle grandi scimmie. Con le sue tesi, sempre polemiche e al centro di dibattiti, egli ha incrinato le certezze morali dell’uomo occidentale e messo in crisi la “vecchia etica”. Nella storia della filosofia, la disciplina stessa ha incluso letteratura, scienza, arte e, non ultimo, la teologia, con la possibilità di creare nuovi mondi e verità. L’arte, come la filosofia - con tutti i suoi limiti - può diventare metafisica teologica; ma nella contemporaneità le idee hanno valore non quando sono tesi, quando invece si presentano socialmente come esperienze, quando si trasformano in pratica. E se l’arte, come indeterminato semantico al pari della filosofia, nel Novecento è entrata in un dibattito linguistico sulla propria essenza e sul proprio senso, è grazie alla Bioetica che sta rientrando nel presente decodificando la contemporaneità. Non è dunque un caso che Peter Singer sia il trait d’union tra il mondo della bioarte e la politica. L’arte produce contenuti culturali e riflessioni filosofiche dove l’opera diventa il momento sperimentale ed esperienziale.
Vita o simil-vita, le opere che utilizzano strumentazioni proprie del Biotech sono allora esperienze per chi le osserva, anzi per chi concretamente si relaziona con i loro processi di crescita e movimento. Diverse Forme Bellissime, tautologico nel titolo della mostra e nel suo sviluppo, è il risultato dell’esperienza artistica della doppia personale Piero Gilardi/Francesco Monico al PAV - Parco Arte Vivente. Attraverso differenti pratiche, in riferimento ai recenti studi di Biologia evolutiva dello sviluppo, delle Scienze umane e della terra, l’arte indaga la struttura di alcune entità viventi secondo una prospettiva estetica e morfogenetica e, non ultimo - secondo la definizione di Gilardi - “l’arte può così diventare motore per la creazione delle biodiversità”.
I due artisti riflettono sull’ambiente nel quale viviamo come spazio in cui confluiscono il tecnologico e il biologico, dove l’impiego della tecnologia sembra costituire l’unico mezzo utile a riequilibrare il rapporto con la natura. Al centro dell’installazione Eppur si muovono di Piero Gilardi c’è la vita: un Hibiscus, autentico produttore di informazione. Contrariamente a quanto si possa immaginare, la pianta è viva anche da un punto di vista cinetico e, vedendola in movimento attraverso la sua costante registrazione video retroproiettata - attivata dal visitatore - se ne può prendere percezione come riflesso di sé, come ente in movimento parte della ciclicità della natura, come processo relazionale ininterrotto.
TAFKAV (The Artist Formerly Known As Vanda) è invece l’installazione di Monico costituita da gabbie in metallo che racchiudono orchidee (Vanda cerulea) e aria, le cui variazioni galvanometriche sono trasmesse a un computer in grado di trasformarle in sonorità musicali. Attraverso il complesso apparato sensoriale, il fiore diventa strumento musicale esplorando la comunicazione tra alterità. Il titolo stesso è ironico, perché sta a significare esattamente che le alterità potrebbero utilizzare l’arte per comunicare. Goethe prima, e Heidegger dopo, suggerivano che l’unico modo per relazionarsi con l’alterità vegetale e animale sarebbe stata la musica.
Is there love in the technoetic Narcissus?, infine, esplora il concetto di narcisismo culturale - inteso come riflessione autoreferenziale - attraverso le teorie della tecnoetica1, disciplina che si interroga sulle influenze della tecnologia sulla coscienza. Il narcisismo culturale è filtrato nell’opera attraverso il recupero romantico dell’analogia per illustrare intuizioni scientifiche. Durante il Romanticismo, infatti, l’arte e la filosofia erano parte integrante della ricerca scientifica, e si era sulla frontiera del concetto di vita proprio come oggi lo siamo di fronte al concetto di simil-vita e intelligenza artificiale. Solo che nell’Ottocento non vi era una conoscenza del mondo strumentalmente accessibile ed empirica. Recuperare l’analogia, nel caso specifico di Is there love in the technoetic Narcissus?, significa porsi tra l’elemento che ha creato il mito del narciso poetico e il tempo della sua fioritura, cioè nel tempo naturale. Il concetto filosofico di narcisismo è indagato attraverso aforismi e scritti di pensatori contemporanei, e se è vero quanto sostenuto da Freud, cioè che il narcisismo è il peggiore dei disturbi della psiche perché non permette al soggetto di amare l’altro, allora - attraverso l’analogia - il narcisismo umano diventa la peggiore delle nevrosi della cultura perché non permette alla società di vedere l’alterità, dunque il mondo.
Infine, se l’amore è la forma più alta di stare e soprattutto di “essere” nel mondo, attraverso queste esperienze artistiche Gilardi e Monico creano dei cortocircuiti culturali tra significato e significante, mettendo a punto possibili strumenti per un autentico dibattito culturale. Al di là dell’uomo.
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